Trappola sei: umiliazione di fronte alla collettività, ribellione dell’ombra

“…Talvolta la collettività fa pressione sulla donna perché sia una “santa”, sia illuminata, sia politically correct, perché “tenga”, in modo che ogni suo sforzo equivalga a un’opera completa. Se ci umiliamo di fronte alla collettività e ci sottomettiamo alle pressioni volte a ottenere una stupida conformità, saremo protette dall’esilio, ma nel contempo metteremo in pericolo proditoriamente la nostra vita selvaggia. Alcuni pensano che siano ormai passati i tempi in cui, se una donna veniva detta selvaggia, era maledetta. Se era selvaggia, se cioè “agiva” il suo naturale Sé-anima, era definita “sbagliata” e “cattiva”. Non è vero che quei tempi sono finiti. In realtà, a cambiare sono stati solo i comportamenti considerati “fuori controllo” per le donne. In molti parti del mondo i moventi della donna che si afferma in politica, a livello sociale o ambientale, se afferma che l’imperatore è nudo o parla per quelli che sono colpiti o che non hanno voce, vengono tuttora esaminati per vedere se per caso non è “diventata pazza”.
Alla bambina selvaggia nata in una comunità rigida, di solito tocca l’ignominia di essere evitata, di essere trattata come se non esistesse. La comunità nega attenzione spirituale, amore e altre necessità psichiche di quella persona. L’idea è di costringerla a conformarsi, oppure di ucciderla spiritualmente e/o allontanarla dal villaggio perché languisca e muoia nella foresta. (E quante donne nella nostra società fin da bambine si sono abituate ad adattarsi, a tacere, a muoversi e a parlare come le persone intorno a loro si aspettano per non rischiare ciò che nell’intuito conoscono bene….l’esilio…il rogo, certo non fisico, ma spirituale ed emozionale sì…). ….Bisogna ricordare che la donna oppressa non rifiuta di adattarsi: non può adattarsi senza morire. E’ in gioco la sua integrità spirituale e cercherà di essere libera in tutti i modi disponibili, anche se la mettono a rischio….
Talvolta l’unica alternativa all’umiliazione di fronte a una collettività inaridita è un atto di coraggio. Questo atto non deve necessariamente essere della varietà che fa tremare la terra. Coraggio significa seguire il cuore. Ogni giorno milioni di donne compiono atti di coraggio. Non sono i singoli atti a rimodellare una collettività arida, ma la loro continuità….
Un aspetto ben nascosto nella maggior parte delle collettività incoraggia l’oppressione della vita creativa e selvaggia delle donne: spinge cioè le donne medesime a “sparlare” l’una dell’altra, a sacrificare le sorelle (o i fratelli) a critiche che non riflettono i valori famigliari della natura femminile. Non soltanto si spinge una donna a fornire informazioni su un’altra e a esporla pertanto al castigo per essersi comportata in una maniera femminile e integrale, per avere risposto con il debito orrore o il dissenso all’ingiustizia, ma si incoraggiano anche le donne anziane a rendersi complici della violenza fisica, mentale e spirituale riservata a donne più giovani, meno potenti o indifese, e le giovani ad accantonare e ignorare le necessità di donne molto più anziane di loro. Quando una donna si rifiuta di sostenere la collettività inaridita, si rifiuta anche di arrestare il suo pensiero selvaggio, e agisce di conseguenza….la psiche selvaggia dev’essere debitamente protetta: dall’importanza che le diamo, dal nostro parlare in suo favore, dal rifiuto di sottomettersi a quanto è malsano per la psiche. Apprendiamo anche che il selvaggio, per la sua energia e la sua bellezza, viene sempre preso di mira, come trofeo o in quanto cosa da ridurre, alterare, controllare, uccidere o ridisegnare. Il selvaggio ha sempre bisogno di un guardiano alla porta, altrimenti sarà maltrattato. Quando la collettività è ostile alla vita naturale della donna, invece di accettare le etichette irrispettose o sprezzanti che le affibbia, lei deve e può insistere, resistere, cercare ciò cui appartiene e preferibilmente superare in vita, in fioritura e in creazione chi l’ha degradata….
L’importante è che la ribellione assuma una forma efficace… Sarebbe bello poter dire che non esistono più trappole per le donne, o che queste sono diventate tanto sagge da individuarle da lontano. Ma non è così. Nella cultura esiste ancora il predatore, e questo cerca ancora di tagliare e di distruggere la consapevolezza e qualsiasi tentativo di raggiungere l’integrità. C’è del vero nell’affermazione che per la libertà bisogna ricominciare daccapo a lottare ogni vent’anni. A volte pare che per lei si debba combattere ogni cinque minuti. Ma la natura selvaggia insegna che affrontiamo le sfide quando si presentano. I lupi, quando vengono molestati, non dicono: “Oh no! Di nuovo!” Balzano, si avventano, corrono, si tuffano, si inerpicano, si lanciano alla gola. Fanno tutto ciò che è necessario fare. Noi non possiamo mostrarci colpite perché esistono entropia, deterioramento, tempi difficili. Dobbiamo capire che quanto intrappola la gioia delle donne cambia continuamente forma, ma che nella nostra natura selvaggia troveremo il vigore assoluto, la libido necessaria per tutti i necessari atti di coraggio, atti dettati dal cuore”

Donne che corrono coi lupi – C.P.Estes